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Discorso di insediamento del Presidente
1ª SEDUTA - MERCOLEDÌ 5 DICEMBRE 2012

Il Presidente On. Giovanni Ardizzone
PRESIDENTE ARDIZZONE: Onorevole Presidente della Regione, onorevoli colleghe ed onorevoli colleghi, consentitemi, innanzitutto, di ringraziarvi per la fiducia che mi avete accordato eleggendomi a Presidente di questa Assemblea.

Sono onorato di poter guidare i lavori di questo Organo e, al tempo stesso, sono consapevole delle responsabilità che gravano sulla mia persona, nel momento in cui mi accingo ad assumere questa carica. Posso assicurarvi che cercherò di condurre i lavori di quest’Assemblea in modo imparziale, garantendo il libero confronto di tutte le opinioni, nel rispetto delle regole del dibattito democratico.

La legislatura regionale che si apre in questi giorni si inserisce in un contesto economico e sociale che, inevitabilmente, ne condizionerà l’attività. Ciò mi induce a svolgere alcune riflessioni.

Per queste ragioni, siamo obbligati a guardare all’Unione europea, non come la fonte dei tagli e delle limitazioni che dal “Patto di stabilità e di crescita” discendono fino al più piccolo degli enti locali, ma l’Unione europea è, per la nostra come per le altre Regioni, una fonte di opportunità.

Opportunità che, per essere sfruttate davvero, necessitano di un pieno coinvolgimento degli enti regionali e locali.

In tal senso, mi pare significativo sottolineare quanto evidenziato dal nuovo presidente del Comitato delle Regioni, il quale, in una recente intervista, ha precisato che «senza il coinvolgimento degli enti regionali e locali, né la strategia di Europa 2020 né il nuovo patto per l’austerità e la crescita daranno risultati».

Gli enti regionali e locali devono, quindi, «continuare a svolgere il loro ruolo essenziale di importanti investitori sul territorio».

E’ solo diventando davvero «investitori sul territorio» che possiamo sperare di recuperare, o almeno di mantenere, quei livelli occupazionali che possono attenuare il disagio sociale.

Per queste ragioni, onorevoli colleghi, non possiamo permetterci più la fuga delle migliori intelligenze siciliane verso il nord e, in molti casi, verso l’estero.

I giovani siciliani guardano a noi e alla stagione politica che prende le mosse in questi giorni come l’ultima possibilità per tornare ad immaginare un futuro nella nostra Terra.

La fiducia di cui le donne e gli uomini siciliani ci hanno onorato non può essere disattesa il giorno dopo il voto, ma deve costituire uno sprone per tutti noi e per il Governo regionale affinché non si ricada negli errori di una politica assistenzialistica e clientelare.

Ciò non vuol dire, almeno a mio avviso, l’abbandono di ogni politica sociale, tutt’altro. Se così fosse, ricadremmo nel liberismo più sfrenato che, in un contesto economico caratterizzato da molti elementi di alterazione del mercato, aggraverebbe il disagio sociale.

Occorre, però, che le decisioni di politica sociale siano mirate e che siano assunte dopo il necessario approfondimento parlamentare. Per questa ragione assicuro il mio impegno affinché abbia a cessare la prassi di legge di spesa approvate ‘nottetempo’ - i parlamentari di più legislature sanno a cosa mi riferisco - e che, spesso, sono il frutto di compromessi al ribasso. Mai più.

Piuttosto l’idea di compromesso va ripresa nel senso più nobile del termine.

D’altronde, la nostra stessa Repubblica si fonda su quella intesa tra le forze politiche cattoliche, comuniste, socialiste e liberali che ha visto il suo momento più alto nell’approvazione della Carta Costituzionale.

E’ a questo modello che dobbiamo guardare, al modello cioè di una condivisione ricercata ed individuata alla luce del sole, garantendo la chiarezza delle posizioni di ciascuna parte politica.

Le ragioni che rendono del tutto peculiare la stagione politica regionale che si apre in questi giorni non sono, però, soltanto quelle dell’economia e del mercato.

Oggi la Sicilia apre un capitolo nuovo della sua storia. Oggi, i Siciliani hanno scelto di credere nelle idee; hanno smentito finalmente quello che Leonardo Sciascia riteneva essere il loro più grande peccato: il non credere che le idee possano muovere il mondo. Anzi, c’è di più.

Oggi la Sicilia può ancora essere metafora, ma metafora del rinnovamento, della volontà di cambiamento, di una nuova fiducia nelle idee e nella politica. Il voto del 28 ottobre ne è stato la prova.

Un voto che ha visto i Siciliani premiare le donne e i giovani, mai come oggi così numerosi in una Assemblea tanto antica quanto - fino a ieri - refrattaria al cambiamento; premiare iniziative nuove, nuovi soggetti politici, non tutti, per carità, riconducibili alla tradizionale forma del partito politico - e questa è una grossa novità -, nuove prospettive di crescita.

Questi sono, a mio avviso, importanti segnali di novità, la cui portata non può essere sottovalutata, in quanto indice di una società civile non statica ma che riesce ad esprimere nuove energie.

Non da ultimo, il voto del 28 ottobre ha consegnato a questa Assemblea ben tre fra i candidati alla Presidenza della Regione: oltre al Presidente Crocetta, l’onorevole Musumeci e l’onorevole Cancelleri.

La presenza di tutti e tre è un valore aggiunto che consente il confronto dialettico fra esperienze diverse in seno al Parlamento, al cui interno, sono certo, queste troveranno una sintesi nell’interesse dei siciliani.

Il Parlamento dovrà rispondere a questa fiducia. Dovrà dimostrare con i fatti la sua ferma intenzione di invertire la rotta, di lavorare in una prospettiva di collaborazione e cooperazione che è l’unica in grado di consentire alla nostra Terra di uscire fuori da un pantano che sembra inghiottirla.

Il nuovo profilo politico che la Sicilia ha scelto di darsi non è una operazione gattopardesca di finto cambiamento. Anche a costo di rischiare di essere retorici, occorre ribadire che oggi non è più il tempo dei ‘Gattopardi’.

Oggi è il tempo degli uomini e dei cittadini siciliani che vogliono tornare ad essere protagonisti della loro storia. I siciliani non sono più desiderosi di oblio, vogliono e chiedono a gran voce di migliorare, di vivere in maniera attiva la propria cittadinanza siciliana, non più delegando e disinteressandosi ma partecipando attivamente alle scelte di chi li rappresenta e vigilando sull’azione di chi li governa.

Anche così recupereremo il consenso di quanti, con la loro astensione - non dimentichiamolo, nessuno - hanno voluto manifestare la loro disillusione nei confronti della politica.

Combattere la sfiducia, aprire prospettive di sviluppo e di equità sociale: questo sarà il compito dell’Assemblea che mi onorerò di presiedere, favorendo il dialogo e la cooperazione al di là delle appartenenze politiche.

Del resto, la nostra storia, fatta di incontri, interazioni e fusioni tra civiltà eterogenee ce lo insegna: noi siamo il “continente in miniatura”, la terra del dialogo tra le culture, siamo la terra dell’accoglienza e dell’integrazione. E l’attività politica di questo Parlamento dovrà ispirarsi a questo straordinario patrimonio genetico dei siciliani e saper trarre il meglio dalla molteplicità e dalla pluralità dei soggetti politici che lo compongono, nel nome di un bene comune che dovrà ispirare e dare corpo ad ogni scelta operata dall’Assemblea.

Se dunque questo è il contesto economico e sociale in cui siamo chiamati ad operare, non possiamo non mettere in discussione l’idea stessa del regionalismo speciale, il quale si è stancamente trascinato fino ai nostri giorni.

E’ ineludibile, quindi, porsi la domanda circa le ragioni dell’autonomia speciale. E’ venuto il momento di farlo alla luce del sole.

Un illustre costituzionalista siciliano, Temistocle Martines, in un saggio del ’94 intitolato “La Carta che sfida il tempo”, scriveva, a proposito dello Statuto siciliano: «E’ ormai trascorso quasi mezzo secolo da quel 15 maggio 1946 e, come tutte le creature alle soglie dei 50 anni - oggi, gli anni sono 66 -, anche lo Statuto mostra - e non da ora - le sue rughe; appare, in qualche sua parte, disidratato. Naturalmente, non c’è da meravigliarsi perché si tratta di un processo naturale: anche le Costituzioni, infatti, al pari degli uomini, invecchiano ed accusano il segno dei tempi.

E’ saggia azione politica, allora, non continuare ad esaltarle ma anche non ripudiarle e tentare, invece, conservandone lo spirito originario, di adeguarle alla mutata realtà sociale e ai diversi equilibri istituzionali per ridar loro quella linfa vitale costituita dal rinnovato consenso della collettività che possa continuare a legittimarle».

Sia chiaro, onorevoli colleghi, non è mia intenzione riproporre l’ennesima Commissione per la riforma dello Statuto, specie se non vi è la volontà politica di procedere in tal senso. Credo, però, che sia necessario tornare a riflettere sull’opportunità di eliminare quelli che il professore Martines chiamava “i rami secchi” dello Statuto.

Penso, fra tutte, alle disposizioni dell’Alta Corte per la Regione siciliana, che sono ormai svuotate di contenuto e che non possono averne uno nuovo.

Ma penso anche al meccanismo di impugnazione delle leggi regionali siciliane, anzi delle delibere legislative che vede, solo per la nostra Regione, l’impugnazione precedere l’entrata in vigore delle stesse, con la conseguenza di rendere possibile quella deprecabile prassi della cosiddetta promulgazione parziale, in virtù della quale la Regione, in presenza dell’impugnativa da parte del Commissario dello Stato, rinunzia già in partenza a far valere le proprie ragioni nel giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale.

Restano, poi, i nodi irrisolti dell’adeguamento dello Statuto alla mutata realtà sociale, economica e politica, nonché quello della piena attuazione di alcune disposizioni statutarie.

Penso, in particolare, ad una legge, che, ai sensi dell’articolo 9 dello Statuto, come modificato dalla legge costituzionale numero 2 del 2001, disciplini i rapporti tra l’Assemblea regionale, il Governo regionale e il Presidente della Regione. Questa legge, più di altre, potrebbe essere utile per formalizzare i meccanismi di collegamento, di discussione e di confronto fra l’Esecutivo regionale e questa Assemblea che, al momento, sono rimessi al Regolamento d’Assemblea e alla prassi.

A questo proposito, ritengo necessarie alcune riforme del Regolamento d’Assemblea, che assicurino un più efficace controllo della qualità delle leggi.

E’ fuor di dubbio che, spesso, quest’ultima dipende dal contesto di emergenza in cui il provvedimento viene approvato; ritengo, però, che sia necessario rifuggire dall’idea di un’”emergenza congenita” in tutte le leggi, che poi è una contraddizione in termini.

Il miglioramento della qualità delle leggi non è, a conti fatti, un vezzo del legislatore, non costituisce un presupposto della stessa democrazia. La legge incomprensibile, la cosiddetta legge oscura, come è stata definita, mette in crisi il rapporto tra il cittadino e il legislatore, il cittadino soprattutto, che è chiamato ad osservare e ad applicare le leggi, contribuendo, per questo verso, ad aumentare la disaffezione verso la politica e verso coloro che gestiscono la cosa pubblica.

Per tutte queste ragioni, potrebbe essere utile istituire, all’interno dell’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea, un organo chiamato ad effettuare questa valutazione, che consenta di verificare il

grado di chiarezza della normativa prima che essa venga sottoposta all’esame dell’Aula. Sempre ai fini della chiarezza e della razionalizzazione della normativa regionale, reputo indispensabile il ricorso allo strumento del Testo Unico che, rifuggendo dalle tentazioni di operare indiscriminate, spesso arbitrarie, operazioni taglia leggi, consenta ai cittadini e all’operatore di avere un quadro normativo chiaro composto da disposizioni raccolte in un unico testo.

In questo senso, potrebbe risultare particolarmente utile approvare un Testo Unico della normativa in materia di enti locali che, anche alla luce della riforma delle province, operata dal Governo Monti e sul cui definitivo esito occorrerà attendere le decisioni della Corte Costituzionale, sarà inevitabilmente soggetta, nei prossimi mesi, ad una sostanziale riscrittura.

Parimenti utile potrebbe rilevarsi l’approvazione di una raccolta della normativa in materia di edilizia e di urbanistica, fin qui contenuta in più leggi che obbligano l’operatore a verificarne la vigenza e a coordinarne la portata normativa. Questi sono tutti compiti dell’Assemblea regionale siciliana veramente d’intesa con il Governo regionale.

Mi sia consentito, poi, richiamare la vostra attenzione sulla necessità di rivedere, se non di eliminare, i meccanismi di recepimento degli atti normativi statali nelle materie di competenza regionale.

Alludo a quella prassi per la quale, per consentire l’applicazione nel territorio siciliano delle leggi statali incidenti su materie di competenza della Regione, si richiede un atto di recepimento da parte della Regione stessa.

Atto di recepimento che, spesso, si concretizza in una circolare dell’assessore competente, con la conseguenza di far dipendere dalla tempestività di questa “ricezione” l’applicazione in Sicilia di leggi anche particolarmente innovative sul piano sociale ed amministrativo.

A rendere singolare la vicenda sta, poi, il fatto che, nella maggior parte dei casi, questo recepimento è avvenuto in maniera acritica, cioè attraverso un richiamo integrale della normativa statale. Questo significa rinunciare alla specialità dello Statuto.

E’ chiaro che tutto ciò contribuisce a complicare l’attività dei nostri amministratori locali che, pur in presenza di significative riforme amministrative, si trovano a dover respingere le legittime istanze dei cittadini in attesa che dalla Regione provenga un gesto di assenso.

Ritengo, inoltre, che, a prescindere dalla scelta di rivedere l’impianto statutario, sia nostro dovere realizzare “leggi a prova di Commissario”, e sarà mia cura fare in modo che ciò si verifichi. Con questa espressione intendo sottolineare la necessità che le delibere legislative sottoposte all’esame del Commissario dello Stato siano in grado di superare indenni il vaglio di conformità alla Costituzione e allo Statuto.

Credo, insomma, che il regionalismo, e quello speciale in particolare, continuerà ad avere un futuro se saprà trasformarsi da fattore di rallentamento delle politiche statali più avanzate in “laboratorio”, per così dire, idoneo a fornire un contributo di idee, di proposte e di soluzioni di cui non possa non tenere conto il Governo statale.

Il tempo del regionalismo di retroguardia è finito, onorevoli colleghi.

L’onorevole Pancrazio De Pasquale, nel suo discorso di insediamento alla carica di Presidente di questa Assemblea, del 23 luglio 1976, affermava: «E’ vero, noi siamo una parte dello Stato, non tutto dipende da noi. Sul piano delle cose, i condizionamenti e le limitazioni sono pesanti ma, sul piano della qualità dei nostri comportamenti, non ci sono limiti e, pertanto, nessun alibi può essere da noi invocato per eventuali carenze, insufficienze o colpe».

Dobbiamo trovare in noi stessi e nelle nostre Istituzioni la forma per ridare nuovo smalto alle politiche regionali, per convincere noi stessi e l’opinione pubblica che l’ente regionale non è fonte di sperpero di denaro pubblico; che la Regione non è chiamata solo ad avanzare rivendicazioni di sfere di autonomia, a battere cassa, ma è soprattutto un ente che, attraverso il suo Parlamento, deve riscoprire la sua capacità progettuale.

Nel momento in cui mi accingo a dare inizio ai nostri lavori, non posso non ricordare quanti, in questo stesso momento, si trovano in uno stato di profondo disagio. Penso a coloro che hanno perso o stanno per perdere il loro posto di lavoro; a coloro che, a seguito delle calamità naturali degli ultimi anni, hanno perso una persona cara, l’abitazione o la loro attività, fonte di sostentamento.

Tutti costoro si rivolgono a noi, confidando nel fatto che la politica non sia autoreferenziale, ripiegata su se stessa e sui suoi privilegi, ma possa alleviare le loro difficoltà, prendendosi carico delle proprie responsabilità e delle speranze e dei diritti altrui.

Vorrei, da ultimo, chiudere questo discorso dedicando un pensiero ai “giganti” sulle cui spalle tutti noi siciliani siamo seduti, e dobbiamo saldamente ancorarci, se vogliamo guardare oltre l’orizzonte, spesso limitato, della politica di parte. Penso a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e ai tanti che hanno pagato con il prezzo più alto l’amore per la legalità e la devozione verso la nostra Terra.

Fra i numerosi eroi della lotta contro la mafia, lasciatemi ricordare Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso nel 1948 le cui spoglie, solo quest’anno, hanno potuto trovare degna sepoltura.

Concludo con le parole di Giorgio La Pira, che credo debbano essere la bussola per il nostro lavoro: «L’obiettivo deve essere per ogni uomo il rispetto del suo valore, per ciascuna creatura la possibilità della moltiplicazione dei propri talenti».

Con la fondata speranza che questa Assemblea saprà scrivere pagine di una nuova storia per la Sicilia e i Siciliani, auguro a tutti noi buon lavoro.

Video del discorso di insediamento

Video della conferenza stampa

1ª SEDUTA - MERCOLEDÌ 5 DICEMBRE 2012
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